ASSAPORA L'ATTIMO
Amaro Essenza del Bosco

Sono tornato in Piana Rotaliana per visitare un’azienda dalla quale mancavo da troppo tempo.
Dopo la visita al mitico Giulio De Vescovi, ho condiviso un bel momento con Paolo, altro grande interprete del mondo rotaliano.
Sto parlando della cantina Dorigati, conosciuta soprattutto per il Methius, una delle eccellenze storiche del Trentodoc.
Un’azienda dal doppio volto: rossista e bianchista, dove una parte importante della produzione è dedicata alle bolle e al vitigno simbolo della Piana, il Teroldego. La rimanenza alle Doc più classiche.
Troppo spesso però la cantina Dorigati viene associata esclusivamente al Methius.
E qui sta il punto.
Le tre versioni di Teroldego che ho degustato mi hanno restituito l’immagine di una cantina che ha molto da raccontare anche sui vini a bacca rossa. Tre vini, tre caratteri distinti, ma uno stile riconoscibile: il Classico, Diedri e il Luigi.
Tanta roba, come si direbbe oggi.
Paolo ha scelto una strada chiara, quella che mette al centro l’interpretazione del terroir. La Piana Rotaliana è un territorio con caratteristiche uniche.
I terreni più vocati si trovano tra Mezzocorona e Mezzolombardo, mentre spostandosi verso San Michele si incontrano suoli che generano vini più freschi e meno profondi, ma mai banali.
La filosofia è quella di partire dalla qualità dell’uva.
Un’uva perfetta però non garantisce di ottenere un grande vino. Il lavoro in cantina è determinante.
Capita a volte di imbattersi in vini con difetti: spesso non è la materia prima a essere messa in discussione, ma la gestione. L’uva, appena raccolta, è sana. È il modo in cui viene lavorata a fare la differenza.
E’ una mia teoria che sostengo con grande entusiasmo.
Territorio e stile.
Il terroir è fondamentale, ma lo è altrettanto avere uno stile.
Significa uscire dall’omologazione e interpretare il vino attraverso una visione precisa.
È lo stesso principio che seguo nella selezione dei miei vini: mi interessa più lo stile del produttore, il resto della partita se la gioca l’annata di riferimento.
E poi, diciamolo, fare un grande rosso è complesso, ma fare una grande bolla richiede un livello di precisione ancora più alto. È un lavoro fatto di dettagli, accumulati nel tempo, che si ritrovano poi nel bicchiere. Come accade nella cucina di un grande cuoco.
Ed è proprio nei dettagli che Dorigati si distingue.
Alcuni evidenti, altri più sottili, ma tutti coerenti con una visione precisa. Una parte della visita che mi ha veramente sospreso.
I dettagli sono ancora un limite del mondo del Trentodoc, dove la vera differenza la fanno i produttori con esperienza e storicità, come nel caso di questa bellissima azienda.
Ne esce il ritratto di un’azienda che guarda avanti.
Non tanto nella tecnologia, quanto nella capacità di evolversi mantenendo una propria identità. Vini eleganti, territoriali, pensati per durare e per raccontare nel tempo un percorso chiaro.
Una cosa è certa: un vino, per essere compreso, va ascoltato.
E per farlo davvero, bisogna ascoltare anche chi lo produce. Solo così si colgono le scelte, i dettagli e le sfumature che ritroviamo nel calice.
Perché dietro ogni sorso c’è sempre una storia da raccontare.
In alto i calici.
Paolo
Chardonnay Majerla 2023
Un vino che ho sempre apprezzato tra quelli prodotti dall’azienda, anche per il suo ottimo rapporto qualità prezzo.
Si presenta con un’eleganza fine, sia al naso che in bocca.
Il profilo olfattivo è pulito, con una dolcezza ben dosata e una tipicità chiaramente riconducibile al territorio trentino.
I profumi di frutta si integrano perfettamente con l’affinamento in barrique da 300 litri, che contribuisce a costruire un equilibrio gustativo preciso e mai invasivo.
L’annata 2019, degustata per l’occasione, mostra un naso ancora molto fresco.
In apertura è leggermente chiuso, ma bastano pochi minuti nel bicchiere per permettergli di distendersi ed esprimersi al meglio.
Emergono leggere note aromatiche, sostenute da una bella freschezza che si ritrova con coerenza anche in assaggio.
La chiusura è lunga, con una buona profondità e una complessità ben definita.
Un vino centrato, che trova la mia piena approvazione (lo stappo spesso anche in ambiente famigliare).
Trentodoc Blanc del Blancs Brut “Om de Fer”
Una delle ultime novità in casa Dorigati, motivo per cui l’avevo assaggiato raramente.
Il 2023 (sb. 01/26) si presenta con un naso molto particolare.
Bel frutto, con richiami alla pera, un leggero apporto del legno, ma nel complesso ancora un po’ trattenuto, non completamente espresso.
In assaggio è equilibrato, con il frutto ancora in primo piano e una buona freschezza che ne sostiene la beva.
La 2022 (sb. 07/25) cambia decisamente passo, confermando quanto le bollicine abbiano bisogno di tempo dopo la sboccatura.
Qui il profilo è più centrato sullo stile Trentodoc: meno frutto, più evoluzione.
In bocca è morbido, cremoso, con una tessitura più ampia, mantenendo comunque una freschezza coerente.
Il legno è ben integrato, mai invadente.
Uno Chardonnay in purezza che merita attenzione, ma con una condizione: aspettarlo almeno un anno dalla sboccatura per apprezzarlo davvero.
L’Om de Fer affina sui lieviti tra i 22 e i 26 mesi.
Una piccola percentuale di vino di riserva, proveniente dall’annata precedente, contribuisce a dare maggiore complessità ed equilibrio.
Una parte delle uve viene raccolta con una maturazione più spinta per aumentare la componente aromatica.
Circa un quarto del vino fermenta in barrique usate.
Trentodoc Brut Riserva Methius 2020
Uno dei vini che ha segnato la storia del Trentodoc.
La prima annata risale al 1986.
Un assemblaggio di Chardonnay e Pinot Nero, dove quest’ultimo entra a rompere la tradizione trentina, storicamente legata allo Chardonnay come base principale delle bollicine.
La famiglia Dorigati, in questo senso, è stata tra le realtà più innovative, introducendo anche l’uso del legno in affinamento, scelta che all’epoca ha contribuito a ridefinire lo stile.
Il vino si presenta complesso e intenso, con note di frutta matura e leggere sfumature speziate.
In assaggio è avvolgente, morbido, con una progressione lunga e ben articolata.
Il perlage è fine e continuo, a supporto di una beva elegante e di grande classe.
Nonostante un dosaggio di 6 g/l, mantiene una freschezza sorprendente e una piacevolezza di beva notevole.
Per l’occasione, Paolo ha sboccato un 2005, ovviamente in versione dosaggio zero.
Il colore è affascinante, evoluto ma ancora luminoso.
In bocca è cremoso, complesso, con note evolutive ben presenti ma ancora sostenute da una bella vitalità.
Un’esperienza di grande livello.
IL MONDO DEL TEROLDEGO FIRMATO DORIGATI
Dopo aver visitato Giulio De Vescovi e aver approfondito il suo percorso sul vitigno principe della Piana Rotaliana, affronto con piacere anche quello dell’amico Paolo Dorigati.
Due visioni diverse, ma unite da una stessa idea: dimostrare il valore di un vitigno che per troppo tempo è stato sottovalutato, se non addirittura abbandonato a se stesso.
Tre le etichette proposte: Classico Rotaliano, Diedri e Luigi.
Tre interpretazioni che nascono da zone diverse, con l’obiettivo preciso di valorizzare il terroir e le sue sfumature.
Il Classico Rotaliano proviene dalla parte più a est della piana, verso San Michele.
Qui i terreni danno origine a vini più freschi, con un profilo olfattivo più croccante, a tratti erbaceo.
La beva è dinamica, scorrevole, molto piacevole.
Diedri 2022 cambia decisamente passo.
Maggiore concentrazione e profondità.
Al naso esprime frutta matura, spezie e una leggera nota balsamica che ricorda la menta.
In bocca è pieno, strutturato, con un tannino ben gestito e una buona complessità.
La lunga macerazione sulle bucce e l’affinamento di 12 mesi in botti da 300 litri contribuiscono a costruire un’espressione solida e centrata del vitigno.
Ottimo il rapporto qualità prezzo.
Luigi 2022 rappresenta il vertice della gamma sul Teroldego.
Le uve provengono dal vigneto Sottodossi, caratterizzato da un suolo povero, sabbioso e ricco di ciottoli.
La macerazione di circa tre settimane, seguita da un affinamento di 12 mesi in rovere e un successivo passaggio in acciaio, dà vita a un vino complesso ma allo stesso tempo fresco.
Al naso emergono frutta matura, note balsamiche e un legno ben integrato.
In assaggio è strutturato, con un tannino presente ma fine, concentrato ma elegante.
Una bottiglia che racconta bene le potenzialità del Teroldego e della Piana Rotaliana, quando terroir e mano dell’uomo lavorano nella stessa direzione.
Durante la visita ho assaggiato anche un Lagrein Kretzer, piacevole e per nulla scontato, e un Pinot Grigio degno di attenzione: elegante, fresco, fruttato e con una bella sapidità.
Il Trentodoc “Om de Fer” sarà disponibile tra qualche giorno