HILBERG PASQUERO – oltre la biodinamica
Sono partito per assaggiare un vino, sono tornato con una storia.
Viaggiando, un Oste può trovarsi obbligato a fare molte tappe, ma difficilmente unisco la vita privata al lavoro e, quando mi sposto per motivi personali, generalmente non visito cantine.
La settimana scorsa, però, mi sono mosso in solitaria e ho colto l’occasione per fare una tappa a Priocca, ridente località ubicata tra Asti e Alba.
Il sole batteva forte, ma non mi ha scoraggiato dal voler vedere dove si trova la mia cantina preferita del Roero.
Scoperta a FIVI un paio d’anni fa, è diventata per me un punto di riferimento, perché i vini che produce sono dotati di grande carattere, soprattutto quelli bianchi.
Hilberg Pasquero.
Quattordici ettari di vigneto distribuiti attorno all’azienda, dove il rispetto per la natura non è uno slogan, ma un modo di vivere il vino. Sempre con i piedi ben piantati nel territorio.
Il paese è piccolo, talmente piccolo che ho scoperto quanto sia impossibile trovare un posto dove mangiare, a eccezione di un ristorante stellato che ho deciso di non visitare, essendo in viaggio da solo.
Un po’ mi è dispiaciuto, perché so essere molto quotato. Mi sono “accontentato” di una caprese proposta da un bar di paese svuotato dal caldo estivo.
L’alternativa era il nulla.
Me le sento poi da Annette la quale con piacere mi avrebbe cucinato un piatto di pasta.
Peccato.
Ma facciamo un viaggio indietro nel tempo.
Siamo nei primi del Novecento, quando la famiglia coltivava la terra con un’agricoltura mista fatta di vigneti, ortaggi e allevamento.
Papà Michele, che ha un’energia e un entusiasmo da far invidia a molti ventenni, mi racconta che da bambino il padre lavorava la terra esclusivamente con l’aiuto degli animali.
Solo più tardi arrivò il primo trattore.
Oggi sembra preistoria, ma è appena ieri.
Il cambiamento in azienda arriva quando appunto Michele Pasquero e Annette Hilberg si incontrano.
Lei è tedesca d’origine. Si sposano e nasce l’unione perfetta tra due culture, una profondamente contadina e l’altra rigorosa e metodica.
Lo si percepisce anche attraversando il magazzino, dove Annette sembra imporre la sua legge.
Alcuni cartelli raccontano il carattere deciso della padrona di casa. Della serie: “Non toccate questo vino”.
Mi ha fatto sorridere.
Con il tempo l’azienda sceglie di dedicarsi esclusivamente alla viticoltura.
Per anni è rimasta quasi sconosciuta fuori dal Roero, semplicemente perché Michele non aveva alcun interesse a promuoverla.
A lui bastava fare vino, e berlo!
Oggi, grazie all’ingresso dei figli Nicola, Alina e Nils, la cantina ha iniziato ad aprirsi al mondo senza perdere la propria identità.
La loro filosofia è tanto semplice quanto difficile da mettere in pratica: il vigneto viene prima di tutto.
Prima della cantina, prima delle tecniche di vinificazione, prima delle etichette.
Michele mi ripete più volte un concetto che condivido pienamente: la vigna va ascoltata prima ancora di essere guidata.
Lavorano in biologico, con una forte ispirazione alla biodinamica, ma senza trasformarla in una religione.
Hanno persino coniato un termine tutto loro, “Bio Ergo Dinamica”, un modo per racchiudere osservazione della natura, conoscenze agronomiche, rispetto dei cicli naturali e biodiversità.
Mi piace questo approccio. Niente estremismi, solo tanto buon senso.
Hilberg Pasquero pratica una viticoltura ispirata ai principi della biodinamica, ma senza alcun dogmatismo.
Il loro è un approccio capace di integrare tradizione agricola e ricerca scientifica.
Ogni vino nasce per raccontare una precisa parcella e non un gusto aziendale standardizzato.
Il risultato sono vini rossi eleganti, profondi e capaci di evolvere nel tempo. Ormai li conosco bene e li stappo sempre con grande piacere.
Durante la visita ero però curioso di assaggiare con calma i bianchi, che dal mio punto di vista hanno un carattere tutto loro. Dal Timorasso all’Arneis, per finire con uno splendido Chardonnay. Il Timorasso, tra l’altro, nasce in un vigneto confinante con la proprietà del grande Walter Massa.
Niente male, direi.
L’Arneis non è in purezza, ma contiene una piccola percentuale di Nebbiolo.
Chiedo il motivo e la risposta di Annette è disarmante nella sua semplicità: “Per dare più carattere al vino, altrimenti l’Arneis sarebbe troppo debole.”
Ecco, Annette mi piace un casino.
Determinata, sincera e con quella simpatia che non ha bisogno di essere costruita.
Anfora per i bianchi, legno per i rossi. Quanto mi piacciono i loro vini!
Quello che più mi ha sorpreso in un recente stappo casalingo è stato sicuramente il loro rosato a base di uva Nebbiolo, il “Ciabot delle Rose”. Un vino che unisce struttura, freschezza, un colore incredibile e un carattere da sballo.
A dir poco unico.
L’estate, però, è bollente anche qui. Le difficoltà nella maturazione delle uve si fanno sentire. Si salvano i vigneti esposti a ovest, quelli che riescono ancora a regalare uve perfette per vini destinati a durare nel tempo.
Michele mi racconta che una volta si vendemmiava a inizio novembre. Oggi tutto è anticipato di settimane. Fa impressione sentirlo raccontare da chi quella terra la vive ogni giorno.
Quando sto per andarmene sento un pianoforte.
Scopro che a suonarlo è proprio Michele. Chitarrista da sempre, ha deciso di imparare anche il pianoforte.
Mi viene spontaneo pensare che, se le vigne ascoltano davvero chi le coltiva, forse qualche nota finirà anche dentro ai suoi vini.
Saluto Annette e le regalo una bottiglia di Grile 2014 di Marco Tonini come ricordo del mio passaggio.
Vignaiolo per vignaiolo, mi sembrava il modo più naturale per ringraziarli dell’ospitalità.
Esco dalla cantina e mi fermo lungo la strada a fare una fotografia.
Mi si avvicina un dolce signore anziano, che poi scoprirò essere il fratello di Michele.
Abbasso il finestrino della macchina e lo ascolto.
“Ti piacciono le foto? Vieni con me.”
Lo seguo.
Entriamo in casa sua, attraversiamo il salotto, poi la camera da letto e sbuchiamo dall’altra parte della casa.
Davanti a noi il Roero. Canale d’Alba sullo sfondo, filari ovunque e quel silenzio che solo la campagna sa regalare.
Bellissimo.
Non mi era mai successa una cosa del genere.
Parliamo qualche minuto. Anzi, quasi urlo, perché lui ci sente davvero poco.
Poi lo saluto e mi avvio verso la macchina.
Mi richiama.
“Scusa se mi sono permesso… ma mi piacciono le persone che fotografano la vita.”
Forse questa pausa a Priocca la ricorderò più per quella frase che per i vini, ed è tutto dire.
È anche per questo che adoro il mondo dei vignaioli.
Alla fine il vino è quasi una scusa. Quello che porto davvero a casa sono le persone, le loro storie e quei piccoli incontri che nessuno può più dimenticare.
Ogni volta torno con qualche bottiglia per la mia cantina personale.
Ogni volta torno soprattutto con un pezzetto di umanità e nuove storie da raccontare.
In alto i calici.
Paolo